Eventi
Brescia Photo Festival 2025: un omaggio al grande fotografo Joel Meyerowitz
By Cristina Ferrari
Pubblicato il
Giugno 2025
Una retrospettiva (la prima vera antologica organizzata in Italia) che ripercorre un’intera carriera lunga sei decenni, dagli anni Sessanta del 1900 fino ad oggi. È questa la rassegna, intitolata JOEL MEYEROWITZ. A Sense of Wonder. Fotografie 1962-2022, che Brescia dedica a Joel Meyerowitz (New York, 1938), uno dei protagonisti della scena fotografica contemporanea, nell’ambito del Brescia Photo Festival 2025, la manifestazione, giunta alla sua ottava edizione, promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con la Cavallerizza – Centro della Fotografia Italiana e con la curatela artistica di Renato Corsini. Quest’anno il festival, in programma che si concluderà il 7 settembre, “propone un ricco programma di esposizioni dedicate ai nomi più interessanti e celebrati della fotografia italiana e internazionale, declinate attorno agli Archivi, ovvero a quei luoghi che custodiscono testimonianze che raccontano la storia della fotografia e del suo divenire”. E Archivi è proprio il tema 2025, perché, come afferma Renato Corsini: “Gli archivi sono la testimonianza del percorso creativo di un fotografo. Sono il tramite per leggerne la storia e l’evoluzione. Solo chi li possiede può essere considerato un autore in grado di entrare nella Storia della Fotografia. Gli Archivi sono la cassaforte della memoria dalla quale, in ogni momento, è possibile estrarre il significato di un lavoro”.
La rassegna dedicata a Joel Meyerowitz
In particolare la rassegna dedicata a Joel Meyerowitz (fino al 24 agosto), l’appuntamento più atteso della Manifestazione, “è parte della trilogia Americana. Un’antologia per immagini, a cura di Denis Curti, che, dopo Joel Meyerowitz, nel 2026, analizzerà la ricerca di Bruce Gilden, colonna portante dell’agenzia Magnum e, nel 2027, proseguirà con la serie di scatti realizzati negli Stati Uniti da Francesco Jodice”. La mostra è promossa da Comune di Brescia e Fondazione Brescia Musei, in collaborazione con il Joel Meyerowitz Photography Archive di New York ed è resa possibile grazie al supporto di Alleanza per la Cultura.
Ripercorre l’intera carriera del fotografo americano, emerso dagli anni Sessanta del secolo scorso come uno “tra i giovani fotografi d’avanguardia più interessanti di New York”, attraverso più di 90 immagini “organizzate per capitoli tematici e propone molte delle fotografie che hanno contribuito a ridefinire il concetto di Street photography, all’interno del quale Joel Meyerowitz fa il suo ingresso introducendo l’uso del colore per interpretare e cogliere appieno la complessità del mondo moderno … L’arte di Meyerowitz si distingue per la peculiare capacità d’immedesimazione e d’immersione totale in ciò che il suo occhio vede e il suo obiettivo traduce in immagine. La cifra più caratteristica della sua fotografia si può definire con il termine inglese intimacy, ovvero l’abilità di avvicinarsi il più possibile alla scena per cercare di catturare l’intimità del momento, per accogliere e riconoscere l’inaspettato”.
“Camminando lungo i marciapiedi della città – scrive Denis Curti, curatore della mostra, nel testo pubblicato nel catalogo Skira –, Meyerowitz osserva i movimenti della folla dall’interno, il suo punto di vista è ‘l’esserci’, poiché tanti e imprevedibili sono gli avvenimenti che possono essere catturati da un solo frame per strutturare un rinnovato processo di significazione nella fotografia. In questo modo svela gli aspetti nascosti dei luoghi, delle persone, della vita stessa, illuminando gli angoli bui dei linguaggi sociali e culturali del nostro tempo”.
Nel 1962 Meyerowitz inizia a scattare a colori, “andando contro tutti i principi estetici e filosofici della fotografia dell’epoca, in cui la restituzione della scena doveva essere seria e dunque caratterizzata dall’utilizzo dominante del bianco e nero”. Nel 1967, rientrato in patria dopo un viaggio di un anno in Europa, trova il Paese in preda a sentimenti contrastanti a causa della guerra in Vietnam e decide di non partire per il fronte, ma di restare negli Stati Uniti e di “rivolgere lo sguardo verso i luoghi e le persone che rimuovono inconsapevolmente le tracce delle operazioni belliche. Facendo sua la convinzione bressoniana secondo la quale le storie più interessanti emergono, per lo più, dall’ordinario, piuttosto che dallo straordinario, Meyerowitz riesce a offrire con i suoi scatti un punto di vista originale della società americana del tempo, contribuendo a riflettere sull’identità del Paese in un momento di profonda crisi, usando l’immagine per interrogarsi sul rapporto tra individuo e società, tra guerra e pace”.
Sono in mostra anche le fotografie degli anni Ottanta “in cui Meyerowitz allontana progressivamente il suo sguardo dalla strada in favore della natura, come nel ciclo di scatti realizzati a Cape Cod, sulla costa atlantica del Massachusetts” Tutte opere in cui si nota il respiro ampio e per la contemplazione meditativa dei luoghi, in cui l’uomo e la natura s’incontrano in una sintesi visiva capace di comunicare un senso di eternità. “Un sogno utopico da cui ci si risveglia nel 2001, dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York, uno scenario in cui Meyerowitz è stato l’unico fotografo autorizzato a documentare il distretto del World Trade Center, nei mesi successivi agli attacchi terroristici dell’11 settembre”. In particolare “La serie di Ground Zero, che si caratterizza per una cromaticità più sobria e austera, per rendere omaggio alla tragedia e all’impegno di tutte le maestranze coinvolte nelle operazioni di scavo e soccorso, segna un ideale passaggio tra il Meyerowitz street photographer e quello documentarista, che mostra, con visibile trasporto, i tratti di una nazione ferita, ma comunque fermamente orgogliosa delle proprie radici e unita nel dolore”.
Il percorso propone anche un focus dedicato ad alcuni dei 356 scatti che il fotografo si fece ogni giorno durante il lockdown del 2020, proposti per la prima volta in Italia, con cui “Joel Meyerowitz ricorda quanto la fotografia possa essere un mezzo di riflessione sul vissuto del singolo e della collettività, un dispositivo per riscoprire il presente in ogni suo aspetto”.
“La mostra antologica di Joel Meyerowitz al Museo di Santa Giulia a Brescia è straordinariamente appropriata al tempo che stiamo vivendo – ha dichiarato Stefano Karadjov, Direttore Fondazione Brescia Musei –. Benché questo progetto sia partito, in collaborazione con Denis Curti, prima delle recenti elezioni americane, raramente avremmo potuto identificare un racconto dell’identità statunitense in trasformazione così appropriato quanto quello dell’artista newyorkese, che con il suo lavoro si interroga continuamente sul rapporto tra individuo e società e, in particolare nel portfolio dedicato all’America durante la guerra del Vietnam, su quello tra pace e conflitto …”.
Un ricco programma di eventi
La rassegna propone anche un ricco Public Program, ideato e curato dalla Fondazione Brescia Musei e una serie d’iniziative collaterali, per approfondire la figura di Joel Meyerowitz e le tematiche toccate dal suo lavoro.
Sono inoltre in programma altre mostre. Fino all’8 giugno è possibile ammirare GIORGIO LOTTI. Fotografo di un’EPOCA, a cura di Renato Corsini e Laura Tenti, che ripercorre la carriera di uno dei migliori interpreti del fotogiornalismo, grazie alla sua lunga collaborazione con riviste quali Epoca, Paris Match e Stern, attraverso un centinaio di fotografie sia in bianco e nero che a colori, articolate in una decina di sezioni che attraversano l’attività di tutta la carriera di Lotti. Sempre nella stessa data si conclude MARIA VITTORIA BACKHAUS, a cura di Margherita Magnino e Carolina Zani, che, attraverso cento fotografie di Maria Vittoria Backhaus, pioniera della fotografia al femminile, ripercorre il suo viaggio artistico dai primi scatti in bianco e nero legati al reportage e alla moda fino all’introduzione del colore e del digitale. “I temi affrontati spaziano dalla Milano degli anni sessanta al circo, dai concorsi per cani ai fotoromanzi, ai ritratti di personaggi celebri come Caterina Caselli e Carla Fracci. E poi ancora il fashion, i gioielli, i collage con statuette votive, a dimostrazione della straordinaria versatilità e del costante desiderio di sperimentazione che hanno caratterizzato il suo lavoro”.
Dal 13 giugno al 7 settembre sarà invece possibile ammirare TANTO DI TINTO. L’erotismo secondo Tinto Brass nelle fotografie di Gianfranco Salis e SANDY SKOGLUND. Nel paese delle meraviglie.
La prima, a cura di Renato Corsini e Caterina Varzi, metterà al centro Tinto Brass e la sua vicenda artistica e personale nelle fotografie di Gianfranco Salis, fotografo di scena e puntuale presenza nei backstage, che documentano “il percorso artistico di quello che viene considerato un autentico protagonista del cinema italiano”. La seconda, organizzata in collaborazione con Paci Contemporary (Brescia-Porto Cervo, IT), galleria di riferimento dell’artista, esporrà circa settanta fotografie di grande e medio formato di Sandy Skoglund, tra le maggiori esponenti della Staged Photography e “famosa per le ambientazioni di un universo surreale nel quale oggetti, architetture e comparse si compongono sotto la sua attenta regia”. Gli scatti spaziano dai primi progetti come American vacation motel cabins (1974) e Reflections in a mobile home (1977) alle più famose opere di staged photography degli anni ’90, fino al suo ultimo lavoro Winter (2008).
Per maggiori informazioni www.bresciamusei.com/evento/brescia-photo-festival-viii-edizione
AUTHOR
Cristina Ferrari
Laureata con lode in lettere classiche all’Università degli Studi di Verona, con tesi in archeologia, è giornalista pubblicista dal 2012 e collabora a diverse testate tra cui Archeo, Medioevo, LUCE
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